Giuliana Lucchini
I Sonetti di Shakespeare in molte lingue.
Le forme della poesia. Difesa del Sonetto

 

Sonetto’ è una forma poetica antica. Ha un suo nome proprio di battesimo che distingue il suo essere unico. S’impone come genere che opera entro un contesto rituale, quasi religioso, di regolamentazioni obbligate: metro fisso, geometria di strofe, rima. Con poche possibilità di varianti. E tutte codificate, storicizzate a tempo debito.

Un gioco a scacchi. Una griglia capestro. Qui appare la ‘divinità’, nella gabbia. Un volatile che diventa ‘cigno’ e dispiega ali nel volo soltanto una volta, per cantare il suo sempre ultimo canto. Ciò è tanto più significativo in un lavoro di ‘traduzione’.

Senza questo schema d’obbligo, il testo poetico non diventa un ‘sonetto’, ma un’altra cosa: una poesia qualunque, ammirevole o affascinante, se ben riuscita, tuttavia distinta, qualcosa di diverso, un ‘palliativo’ rispetto alla ‘forma’, non attua la spinta salutare della sua origine.

Facile per i poeti fare cosidetti ‘sonetti’, testi anche di qualità, una volta tolte le dure regole. Soprattutto la difficile ‘rima’. Tutti, meglio o peggio, ne sono capaci.

Chiamiamo quelle composizioni con un altro nome! Non pretendiamo di chiamarle ‘sonetti’ nel senso primo.

Chi chiami ‘sonetto’ un componimento che non rientri nei canoni stabiliti, palesemente esce fuori dal seminato. Tutto è possibile all’arbitrio. Ma non c’è dubbio che ‘pane’ è il pane e ‘vino’ il vino.

Tenere ‘saltuariamente’ il passo del metro fisso, mettere poi qualche rima provvidenziale qua e là dove possibile, non fa che cedere a una dichiarazione di impotenza.

Il verso libero che, pretendendo di entrare in un sonetto, trascura la rima, dolcifica gli ingredienti di una ricetta a base piccante, può essere creativo di suggestioni, ma ostacola il valore originario della tradizione formale.

Qualunque traduzione dei ‘Sonetti’ di Shakespeare, in tal senso, non renderà mai la forza martellante del verso, a misura shakespeariana, ne farà perdere anche il disegno.

Il poeta che non si cimenti proprio con il ‘difficile’, già cede le armi. Stringendo-stingendo nel fare poesia ‘per i nostri giorni’, si toglierà al ‘sonetto’ la regolarità, la sua essenzialità di ritmo e di suono, la litania irripetibile, il suo valore di antico.

D’accordo, il verso di Shakespeare è intraducibile nell’interezza della sua significazione, quando (spesso) trasporta nelle parole referenze plurimi. Ma almeno si mostri, a paragone, testo a fronte, dove tale ‘penna’ ha saputo volare, entro quale spazio per quali finestre. Altrimenti la traduzione sarà soltanto una composizione ‘altra’, impressa del marchio di chi l’ha scritta - in sé qualcosa di pregevole in ambito di ‘trasposizione’ in un’altra epoca - ma privata dello stampo nobiliare, dello stile che ne fa un ‘genere’ . A quale pro? I poeti, se tali, possono dare un risultato di buona poesia anche dentro una griglia. Si perderà di meno. Certo, si faticherà di più.

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Solo in casi sporadici oggi in poesia si ricorre alla forma del sonetto. Il gusto corrente del verso rifiuta di sottoporsi a regole ferree, a norme costrittive. Una panoramica di quello che succede, in parallelo alla creatività
personale, per opera di traduzione, ci viene offerta da una pubblicazione di rilevanza notevole.

Senza le Edizioni SignathUr di Dozwil, il quarto anniversario della prima apparizione a stampa dei Sonetti di Shakespeare (Londra,1609) sarebbe passato, nel 2009, pressoché sotto silenzio, tante erano state nel passato le pubblicazioni di tale materia presso quasi tutte le Case editrici negli ultimi due decenni. In Italia ma anche all’estero. L’argomento era stato risvegliato durante l’ultimo decennio del sec. XX, in corrispondenza dell’effettiva data di apparizione dei Sonetti a Londra quattro secoli prima, quando, scritti a mano in ordine sparso e distribuiti fra amici dell’autore lungo la decade, essi furono apprezzati in ambienti aristocratici privilegiati, e alla corte di Elisabetta I. Sono apparse per l’occasione, dalla fine degli anni ’90, traduzioni complete dei 154 sonetti, via via presso tutte le case editrici più note. Si è saturato il mercato. Gli Editori si sono limitati in molti casi a rispolverare le loro vecchie edizioni. Vale a dire traduzioni accademiche di un gusto superato nel tempo.

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Manfred Pfister e Juergen Gutsch, curatori per SignathUR Editore, hanno dato alle stampe nel 2009 un’opera nuova, degna dell’importanza dell’avvenimento, anche dal punto di vista grafico. Un libro prezioso (bella copertina solida, carta raffinata, grafica essenziale, illustrazioni di poesia visiva, 750 pagine - custodia cartonata; corredato da un DVD, dove tutto il libro ed altro si ritrova). Vale tutti i suoi 63 Euro di prezzo, anzi ne vale di più.

Partendo dall’inglese, e dall’originale dei testi del 1609, i Sonetti di Shakespeare vi sono tradotti in oltre 70 lingue di questo mondo globale (un lavoro ‘in progress’, in quanto ogni anno si aggiungono lingue mai pervenute prima). Perciò il sottotitolo recita “For the first time globally reprinted” (o SSG), in controcanto con l’originale “Never before imprinted”.

Precede il tutto una ‘Introduzione’ di Manfred Pfister, Professore di Letteratura Inglese presso la Free University di Berlino : - Shakespeare’s Sonnets Global “in states unborn and accents yet unknown”, che si apre con l’appropriata citazione da John Donne (‘Meditations, xvi’) : “.. Gods hand is in every translation; and in his hand shall binde up all our scattered leaves againe, for that Librarie where every booke shall lie open to one another..”

Quanto alle traduzioni, le varie lingue e nazioni si succedono in ordine alfabetico, e va precisato quanto segue per le traduzioni italiane. Mariangela Tempera, docente all’Università di Ferrara, ha curato traduzioni italiane già pubblicate, esemplificandole entro un arco di oltre 130 anni di pubblicazioni in Italia, da Giacomo Pincherle, del 1867, ad Alessandro Serpieri del 2007*.

Chi scrive propone sonetti di Shakespeare in traduzioni ex-novo, mai pubblicate prima, in lingua e dialetto di varie regioni d’Italia. I poeti traduttori, chi in stretta osservanza del metro e della rima nella forma precisa del ‘sonetto’, chi in verso libero traducendo al proprio ritmo poetico la voce (antica e moderna) di Shakespeare, si adeguano alla materia innestandovi una musicalità di stampo italiano, e personale, elaborata nelle caratteristiche di ognuno.

Il DVD accluso al libro testimonia del ritmo di ogni traduzione nella dizione dei lettori interessati.

P.S. Il volume “William Shakespeare’s Sonnets, in more than 70 languages”, inviando in contanti € 63,00, può essere richiesto a: EDITION SIGNAThuR, Lehmwiesen 2, CH 8582 DOZWILL-TG, Switzerland. Per maggiori informazioni rivolgersi a signathur@gmx.ch

Nota della redazione
In relazione alle più prestigiose traduzioni italiane edite va ricordata la versione integrale dei “Sonetti” di Roberto Sanesi, ripubblicata nel 2006 in “Shakespeare, l’opera poetica” (Oscar Grandi Classici Mondadori).