Andrea Zanzotto

 

Stavamo componendo questo numero quando Andrea Zanzotto, novantenne e lucidissimo fino a qualche settimana prima, ci ha lasciati.

La scomparsa del poeta apre un grande vuoto, anche perché – dopo la morte di Luzi, Gramigna, Erba, Sanguineti, in particolare – sembra quasi concludere un’epoca in cui la poesia ha espresso, in sessant’anni, una più che mai profonda, seppur problematica, vitalità. Per un rinnovamento della letteratura dopo le già notevoli esperienze del ’900. Ora, forse, c’è una stagione radicalmente nuova da vivere: ma quella poesia non potrà non considerarsi una eredità imprescindibile.

La poesia di Zanzotto ci ha offerto, oltre alla limpidezza e l’originalità di un segno di grande fascino, una testimonianza profonda di umanità. L’uomo stesso ci confortava con la sua pacata visione della vita e dell’amicizia. Nell’ultima intervista, in occasione del suo recente compleanno, a un giornalista televisivo che gli chiedeva cosa avesse capito in tanti anni della vita del suo tempo, con il solito faceto accento trevigiano rispondeva: «Cosa ho capito? Niente! Della vita non c’è niente da capire!». Ma crediamo che, ben conoscendo la pienezza del suo discorso poetico, sottointendesse che ciò che si doveva capire stava tutto, appunto, nella poesia. Nella sua parola che, detta ‘in verità’, con la sua preziosa e fascinosa ‘ambiguità’ sempre aveva segnato l’ambiguità della vita stessa.

Ma ovviamente di Zanzotto si dovrà ancora dire a lungo. In Testuale e altrove.