Il tecnologo e le lettere

Alla fine dei lontani anni Cinquanta, che la presbiopia della memoria rende ancora più nitidi e ancora più lontani, un libro dello scienziato e romanziere inglese P.C. Snow aprì il dibattito sulle due culture: quella come si usa dire umanistica e quella scientifica. È probabile che la posizione dei termini, allora, non fosse del tutto corretta; resta l’importanza dell’averli proposti. Comunque, in quasi trent’anni le culture si sono moltiplicate, non sono certo più soltanto due – il loro numero è aperto.

Così, anche le questioni relative aI loro connettersi e influenzarsi a vicenda, avanzano domande molto diverse. Nel campo della critica letteraria, della “teoria del testo” (che cosa è un testo, come agisce, etc.) è da supporre che la realtà ormai quotidiana del computer abbia introdotto un dato con cui bisogna fare i conti. Ecco che il sistema stesso degli stimoli e delle risposte, dei quesiti e delle soluzioni subisce uno spostamento rilevante.

Vorrei restare a qualcosa di più limitato e rispondente alle mie competenze:
all’uso letterario della cultura tecnologica contemporanea nelle sue acquisizioni più avanzate: insieme corpus di ipotesi, di scoperte, di ritrovati, di meccanismi, e campo linguistico specifico (fornitore, direbbero i linguisti, di un idioletto).

L’assunzione di forme del lessico scientifico specializzato (matematica, fisica, meccanica, cibernetica e così via) nella lingua della poesia, della narrativa e della saggistica, è fenomeno ormai accettato e non riconducibile solo ai nostri anni; fenomeno nemmeno otto-novecentesco, addirittura settecentesco in certi assaggi.

Si tratterà allora di distinguere le forme, varianti fra un uso supplementare, ornamentale, quando i termini tecnici di una scienza, immessi nel discorso letterario, preservano una loro estraneità o irriducibilità, quasi pure citazioni; e un uso spiccatamente funzionale. Ma anche in quest’ultimo caso, idiosincrasie linguistiche del genere sono state a lungo sfruttate, in poesie o in racconti, solo per caratterizzare un ambiente o un personaggio, alla pari di altri stratagemmi espressivi (faccio il primo esempio che mi viene in mente: il francese corrotto a livello fonico, in omaggio all’ascendenza alsaziana del parlante, che Balzac assegna al barone di Nucingen).

Carlo Emilio Gadda è stato probabilmente il primo, fra i contemporanei, a portare questa osmosi di linguaggi oltre una finalità semplicemente connotativa di tipi e situazioni. Ha avuto naturalmente un peso determinante la doppia formazione letteraria e politecnica, la pratica “ingegneresca” con la qualificazione sociale che importava in seno all’odiosamata comunità milanese («in un accesso di brutalità» dice una delle famose note gaddiane «il Ns. malmena in blocco tutte le ottime persone che hanno la disgrazia di essere suoi congiunti o propinqui, e il solo torto di ammirare in lui la sola cosa ammirevole, cioè l’ingegneria…»).

Allora in Gadda, sfilze di termini tecnici, di costruzioni, di modi estratti vertiginosamente non solo dal sapere politecnico ma pure dai lessici specialistici filosofici, medici, psicoanalitici, insomma da ogni “particolarità”, confluiscono nella pagina con piena necessità non solo espressiva ma narrativa, cioè mostrando di poter essi solo dire ciò che il racconto esige.

Basta un solo verbo, come il “morularsi” del fumo crasso nel racconto “L’incendio di Via Keplero”, figura verbale folgorante e subito insostituibile (e “morularsi” è dedotto da “morula”, termine della biologia...). O si vada a vedere, in sede di alto reportage giornalistico, l’uso dei tecnicismi nel pezzo “Del duomo di Como”.

Tutto questo mi serve solo per introdurre qualche considerazione relativa a casi, e a libri, più vicini: che esemplificano un cambio radicale nel rapporto fra scrittore e mondo della scienza. Sono due romanzi usciti da poco, e con notevole successo di pubblico, molto diversi nelle intenzioni, nei metodi di costruzione e scrittura, nelle qualità dei loro autori. Però hanno qualcosa in comune, che è rilevante dal punto di vista del mio assunto: in entrambi una realtà scientifica precisa – non solo il suo linguaggio – agisce come la ragione stessa del racconto.

La chirurgia “creativa” con le sue conquiste più recenti nell’uno, la fisica delle particelle elementari nell’altro romanzo, non sono trainate come aggiunta nella narrazione, ma assumono una funzione dirò così trainante. Il modo globale di essere che contraddistingue ciascuno di questi domini (teorie, tecniche, processi, ma anche emozioni) entra senza residui nel romanzo e ne determina non solo le forme ma l’esistenza stessa, il suo essere-lì.

Questi due libri sono Cima delle nobildonne di Stefano D’Arrigo, pubblicato da Mondadori, e Atlante occidentale di Daniele Del Giudice, uscito presso Einaudi. Carriere diverse (D’Arrigo è l’autore di quel monstrum affascinante, mito-poema, sogno che s’intitola Horcynus Orca; Del Giudice è uno scrittore di trentasei anni, alla sua seconda, e felice, prova...), bagagli diversi, come ho già detto, stanno alle spalle dei due romanzi: se vengono qui affiancati è per un’esemplificazione particolare, e interessata.

Metà di Cima delle nobildonne racconta, con minuzia tecnica e specificità lessicali, un intervento di alta chirurgia plastica, la creazione di una vagina artificiale per la giovanissima moglie asessuata di un emiro. Queste pagine non costituiscono una semplice pièce de résistance, esibizione di virtuosismo linguistico e inventivo fine a se stesso. Esse determinano, muovono l’intera storia, potremmo dire che sono la storia medesima. È difficile ripercorrere a ritroso la strada dell’invenzione poetica, ma sembra abbastanza legittimo supporre che senza quella precisa materia scientifica entrata ad occupare la fantasia, il romanzo non si sarebbe mai avviato.

Ancora: la lunga sequenza dell’operazione si lega con coerenza a quello che è il tema profondo, o diremmo fantasma generativo di Cima delle nobildonne: la placenta, premadre, nodo di vita e di morte, dove s’inscrivono i destini dell’essere. Si badi bene che D’Arrigo non ricorre mai a questo tema, o si potrebbe addirittura dire: a questo personaggio, in forma metaforica, figurativa, dunque letteraria, nel senso riduttivo del termine. Al contrario, è la realtà concreta, fisiologica, “scientifica” della placenta a produrre metafore nel corpo del romanzo.

Farò un esempio solo, sia pure rilevante. “Chorion frondoso” è espressione rigorosamente tecnica presa dal lessico della embriologia, e designa un aspetto particolare della placenta. Assunta senza nessuna sottolineatura nel discorso romanzesco, l’espressione vi agisce come catalizzatore, linguistico e fantastico nello stesso tempo. Per una serie di agganci e stimoli verbali e semantici, la frase trapassa dalla informazione scientifica all’immaginario narrativo: la biologia si svolge, senza arbitri, in mito – qui il mito è l’apparizione dei quattro rabbini: anello indispensabile per fare avanzare il racconto.

Ci sono due protagonisti, fra i quali si distribuisce equamente il peso e la necessità della narrazione, nel romanzo di Del Giudice, Atlante occidentale. Uno di essi, Epstein, è uno scrittore prossimo ad ottenere il Nobel; l’altro, Pietro Brahe (un nome già emblematicamente legato all’ambito della scienza), è un giovane fisico che lavora in un grande anello di accelerazione sotterraneo, che corre fra Francia e Svizzera.

La relazione di questi due personaggi – il romanzo potrebbe ridursi a questo: la nascita dell’amicizia, della reciproca comprensione fra Brahe ed Epstein – allude già con discrezione simbolica all’incontro e all’interazione fra le “due culture”? Il libro si può cominciare a leggerlo anche così.

DeI Giudice evita di precisare la natura dell’esperimento al quale Brahe e i suoi colleghi attendono: ma è proprio questo esperimento che disegna, qualifica l’attesa centrale del racconto, che si proietta su tutti i movimenti narrativi, con gli stessi diritti della più tradizionale crisi creativa che sta vivendo Epstein.

Il motivo della scienza, proprio perché assunto dal narratore come motivo vitale, forma diretta e direttamente comprensibile del quotidiano, non ha bisogno di essere sottolineato da un apparato pesante di riferimenti tecnici, come accadrebbe se servisse a fini documentari o di “colore”. Tuttavia l’ansia del gruppetto dei fisici davanti agli schermi sui quali compaiono gli “eventi della materia” configura un tipo d’emozione – dico, anche emozione narrativa e di lettura – propria al nostro tempo, percepibile in un linguaggio che appartiene anch’esso alla nostra pratica: «Ma soprattutto sarebbe rimasto indimenticabile per Brahe l’attimo in cui passò, come di scatto, da ciò che vedeva con gli occhi a tutto ciò che vedeva mentalmente, la profondità di una materia nella quale le dimensioni non erano più quattro, ma dieci, o undici, e quelle sconosciute e invisibili erano così corte su se stesse, così curve, così veloci e irrappresentabili, così instabili, che sentì spaccarsi la parola ‘spazio’...».

La lingua della narrazione si sporge qui verso una esperienza nuova ed estrema, non tanto dare corpo all’invisibile, ma dire senza ricorso all’immagine ciò che non ha immagine.

Tutto questo mio discorso ha a che fare e insieme non ha nulla a che fare con un giudizio di valore estetico sui due libri presi a partito. Penso che entrambi, nella loro misura (ogni libro è imparagonabile a tutti gli altri), siano molto buoni, e contribuiscano all’originalità della narrativa italiana contemporanea.

Ma il punto, evidentemente, non è questo – non è soltanto questo. In due casi, letterari appunto, abbiamo visto rappresentata la confluenza operativa di culture finora distinte se non opposte. Io credo che il piacere complessivo che il lettore può derivarne sia connesso anche con questo fatto.

Un godimento di conoscenza non aspettata, non tradizionale, oltre a un godimento d’immaginario? Ma proprio perché la scienza, le scienze, fanno ormai parte, come che sia, dell’immaginario di ciascuno di noi.

Mentre ragionavo così, m’è venuto fra le mani, della vecchia edizione Hetzel (purtroppo solo una riproduzione, non quella originaria) un romanzo di Jules Verne, Hector Servadac, viaggi e avventure attraverso il mondo solare. Ho ricordato le letture infantili di questo libro, che saltavano volentieri i passaggi didattici su nozioni ed esperimenti matematici, geometrici, astronomici, geografici eccetera, passaggi giudicati allora un’intrusione indebita e pesante nel raptus narrativo.

Metto fra parentesi quel giudizio lontano, riassaggio la lettura e mi accorgo che molto si è spostato e trasformato rispetto all’antico apprezzamento. Non arriverò fino a dire che Verne anticipi i problemi e le soluzioni cui ho accennato. Tuttavia: nella continuità, attraverso i tempi, del racconto, come distinguere con sicurezza ciò che compare per la prima volta e ciò che ritorna?