Gio Ferri
Letterale
Caro Salari,
una delle mie letture più fascinose e coinvolgenti di questa estate sono i tuoi Studi su Leopardi e altro del saggio, o raccolta di saggi, Sotto il vulcano (a ripresa del titolo del romanzo omonimo di Malcom Lowry – “la sinistra impertubabilità” dei vulcani di Quauhnahuac, e l’incombenza del Vesuvio nella Ginestra leopardiana, “una volontà cieca, shopenhaueriana, sterminatrice che minaccia la sopravvivenza di ogni cosa”). Come noti, con acribìa di citazioni, in quasi due secoli, il “poliedro leopardiano” è stato voltato e rivoltato, con interpretazioni ora acute, rivelatrici, ora contraddittorie (come fu in realtà contradditorio il pensiero del poeta), giocate su i più diversi campi, da quello strettamente poetico, a quelli linguistici, formali, persino statistici (cfr. Sasso), filosofici, psicanalitici, ecc.. Tuttavia questa tua straordinaria e inedita impresa, in quasi trecento pagine di analisi stringenti (e, lasciami dire, passionali), come dichiari, è rivolta alla ricerca di un filo rosso, che dia alle diverse posizioni critiche un senso unitario. Senso che, in sostanza e con banale semplificazione, riferirei, dopo averti letto (anche se ancora non esaurientemente, poiché il lungo saggio e le innumerevoli considerazioni storiche e testuali richiedono, oltre al piacere della lettura, una attenta partecipazione, fra l’altro in relazione alla vasta bibliografia), ad alcuni punti chiave (non nuovissimi di per sé, ma, nella tua ricerca, nuovissimi di senso e scrittura): in particolare il pessimismo, il nulla, il rapporto fra memoria e oblio, il mito. la paura panica e il tragico destino umano… Pessimismo che adombra anche gli spiragli di speranza, di primaverile rinascita. Pessimismo nei confronti dell’illusione di una salvezza dopo la morte. Ma si tratta solamente, qui, di accenni frettolosi, di cui chiedo venia. In particolare, la ricerca, si appoggia a una lettura testuale della Ginestra, straordinaria per vastità di rivelazioni e di interdisciplinarità. Nonché a parallelismi inediti, almeno nell’analisi, con Hőlderlin, il Belli de’ L’istoria è un giro degli stessi fatti e di Er deserto, il suicidio eversivo contro la natura e la società in Michelstaedter, e il suicidio della malattia e del lutto in Pavese: due aspetti, osservi e dimostri, “che in Leopardi sono fusi organicamente” – e citi Zanzotto quando in proposito nota che “Leopardi, pur con tutte le sue esperienze negative, non cade perché la sua psiche non offre alcun appiglio alla morte, è monade che rispecchia il maleficio, ma non lo accoglie mai definitivamente in sé, non lo lascia nidificare, non si offre alla disintegrazione interiore”.
Ma c’è un momento critico innovativo, rispetto alla secolare diversificata indicazione interpretativa, che sottolinei e che, so da altre letture, ti sta a cuore: il pensiero poetante (concetto che da un certo punto di vista tu stesso metti in discussione per quanto attiene l’opera di Leopardi, in quanto limitativo della sua complesità poetico-filosofica). Pensioro poetante secondo la posizione assunta da Antonio Prete con il suo saggio del 1980 dal titolo omonimo. Pensiero poetante significa, quindi, superamento della secolare diatriba fra poesia e filosofia “sulla cui distinzione aveva a lungo ristagnato la critica letteraria”. In proposito si è espresso recentemente anche il comune amico Flavio Ermini nel suo Moto apparente del sole che ho avuto il piacere di presentare al Salone del Libro di Torino un paio di mesi fa. Ermini al pensiero poetante apparenta la poesia pensante.
Su questo argomento – indubbiamente intrigante – mi permetto di avanzare (e, sia con te, sia con Flavio, l’ho già fatto più di una volta) alcune osservazioni, non a smentire le vostre intuizioni, ma per fare chiarezza nella mia stessa visione delle cose della poesia e della filosofia. Ma piuttosto direi del pensiero. E debbo citare a mia volta Prete quando sottolinea il detto di Leopardi secondo il quale la poesia tiene il suo commercio con i sensi. Certamente sensi e pensiero sono, è ovvio, strettamente legati, tanto da potersi considerare un unicum nella totalità dell’individuo. Quindi mi sembra pacifico e incontrovertibile, in questo senso, che la poesia sia di per sé pensante. Ogni azione dell’uomo è pensante, anche quando abbia radici istintuali e genetiche nell’inconscio. Non darei invece per scontato che il pensiero possa essere naturalmente poetante. Ecco, allora, che se la definizione può riferirsi, per alcuni aspetti a Leopardi, per il rapporto poesia-filosofia, e ad altri poeti come, per esempio, Alighieri, Goethe, Hőlderlin, ecc., non credo che si possa definire il… genere di un pensiero poetante. Voglio dire, ripetendomi, che la poesia è sempre pensante (e come potrebbe non esserlo se sensi e pensiero sono assolutamente interagenti, per quanto deboli possano essere le elaborazioni del pensiero?), mentre non è detto che il pensiero sia sempre poetante. Lo sarà quando un pensatore deciderà di esprimersi in poesia: ma si tratterà di poesia non tanto per merito di una qualsiasi versificazione o di una qualsivoglia visione del mondo, bensì con riguardo alla materia di parola, alla peculiarità di scrittura, all’assolutismo della forma, intesa come naturalità stessa della parola, del segno, della traccia. Perciò quando il detto pensatore si esprimerà in poesia potrà farlo ma non potrà avere la chiarezza della ragione, bensì vivrà misticamente la sua (irrinunciabile, per la poesia) ambiguità. Tu stesso dici di un misticismo non religioso: io direi, per la poesia, di un misticismo della materia. E quando leggo L’infinito sono travolto dalla materialità mistica della parola.
Comunque mi pare che non si possa parlare indiscriminatamente di filosofia, bensì si debba distinguere tra filosofia, fisica, metafisica, logica…Non vedo, per quanto nel particolare possa risultare più o meno… logica, come la logica (sinonimo di filosofia secondo un collaudato fraintedimento) possa sopportare l’ambiguità sensitiva e formale della poesia. Se invece vogliamo risalire al senso etimologico del termine filosofia, allora tutto torna anche nel rapporto unitario fra filosofia e poesia: ciò se intederemo filosofia come amore per la conoscenza, nell’ambito, come tu noti, della “esperienza vissuta”, e per Leopardi (e altri), di un “pensiero tragico”. Ma la conoscenza non è affatto appannaggio né della metafisica, né della logica: che cercano sì la verità, e tuttavia mai la trovano in assoluto. Mentre la poesia, come materia di segno, di un segno originario e liberato dalle millenarie incrostazioni della volontà di comunicazione, sovente mistificante e troppo spesso volontà di dominio, è in sé la verità (certamente non rivelabile da processi sistematici!).
Per inciso molte delle vicende del pensiero occidentale, allo stato delle cose al tempo di Leopardi (sulle quali fornisci ampie citazioni e interpretazioni), vicende via via esaltanti o decadenti che siano, mi appaiono sovente, quando s’innestino nella prassi o dalla prassi vengano, come contingenti ideologie (anche ‘classiste’) piuttosto che fondate, profonde visioni del mondo, esperienze vissute, “pensieri tragici”. E Leopardi stesso (e non è certo una… colpa,! - anche se in quel momento a mio modesto giudizio, non fa né filosofia, né poesia) vi partecipa.
Ma ritornando a quel filo, ecco che ci riporta ai sensi leopardiani, alla comunione vs/ comunicazione e vs/ ragione. E mi pare persino più facile il rapporto tra poesia e follia, piuttosto che il rapporto fra poesia e filosofia come logica. Comunione significa “essere posseduti dalla cosa di cui entriamo in possesso”, secondo la tua appropriata citazione di Steiner: il suo saggio si intitola Vere presenze. Le vere presenze sono nelle assenze del discorso prammatico rivelate esclusivamente dalla poesia, o dalla filosofia come amore per la conoscenza non logica. E già il lemma amore la dice lunga. Comunione, coinonia in sé, con l’altro, con la natura: e sul rapporto fra la poesia e il pensiero leopardiano e la natura tu sviluppi capitoli illuminanti. Così come per il rapporto con la natura mitica, primordiale (l’antico come origine): la panicità, in Leopardi, come paura. Vuol dire abitare sotto il vulcano. E la pura materia primordiale della parola poetica (il nulla del principio) è la costatazione, anzi l’acquisizione, in poesia appunto, del rischio di vivere, dell’abîme sul quale soggiorniamo. E l’epifania, il bang, l’origine averranno ogni volta che la parola poetica prenderà corpo. Di più: il segno poetico non partecipa nella sostanza della caducità del quotidiano e della storia (che si saranno dati alla poesia solamente come pre-testi), ma, coniugato ai sensi e alle pensose sensazioni della mente, si incisterà nella vicenda carnale e perpetua (L’infinito!) della bio-logia e della cosmo-logia.
Trovo particolarmente illuminante la tua visione di un soggetto poetico che “dopo aver contrapposto a un secolo filosofico coraggioso un secolo filosofico vile, si autocertifica nel suo status biologico e sociale di creatura povera e sofferente che non teme di rapportarsi alla cruda verità negativa dell’esistenza”. Avrei qualche riserva per quel sociale… Tanto più che tu stesso approdi a Spinoza e alle tendenze attuali del pensiero (di cui a suo modo Leopardi ti appare come anticipatore): “… Alle spalle s’impone il confronto con Spinoza, con quella concezione immanente del Deus sive natura , indifferente a fini perseguiti dall’uomo” [l’ultimo corsivo è mio, e l’idea mi riporta a ciò che ho detto altrove più volte sulla indifferenza biologica della poesia]… Mentre a valle ti richiami a Deleuze e a Nancy.
Siamo così al nulla leopardiano - sul quale sapientemente disquisisci – che, al di là delle illusioni eroiche di riscatto dell’Italia e dell’umanità, interpreto come il nulla della storia. (L’istoria è un giro degli stessi fatti). Il nulla della storia che lascia spazio (perciò spaziale) ad un nulla atemporale forse di genere eckhartiano. Così come sono spazio fuori dal tempo storico (destinato alla fine nella sua infinitezza) gli infiniti universi, che Leopardi sente dominanti sulla infinitesima pochezza dell’uomo. Affermi, acutamente che “tutta la poesia leopardiana mantiene un rapporto con la temporalità come continua dissoluzione del presente e, solo intrecciandola alla coscienza del passato, si determinano flussi ricostitutivi di istanti estatici e extratemporali”. Infine la dissoluzione del presente è la dissoluzione del tempo della storia. Fra memoria del tempo e oblio nello spazio del segno si approda (poeticamente e non certo logicamente) al nulla di uno spazio illimitato.
Il nulla spaziale, io credo, è spazio aperto, in quanto illimitato: perciò giustificatissima è la tua critica degli assolutismi logico-ideologici – quei sistemi critici chiusi di cui ha scritto anche l’amico Ermini nel suo recente saggio già citato. Perciò affemerei il primato di verità della poesia sulla filosofia come logica. In quanto al pensiero filosofico inteso etimologicamente, lo abbiamo visto, come amore per la conoscenza (conoscenza senza prammatiche delimitazioni definitorie), non c’è dubbio che la sua con-fusione con la poesia debba essere riconosciuta. Quante considerazioni nascono ancora dal tuo lungo e documentatissimo saggio! Che tu stesso proponi come apertura ad altre numerose interrogazioni: nell’ambito della poesia pensante (ancorché discutibile) troveranno mille risposte e mille più mille ulteriori domande. Forse anche questa mia – anzi soprattutto questa mia, qui, alla ricerca di una impossibile sintesi – altro non è che, come dici tu, una navigazione babelica. Ma vivere non è necessario, navigare è necessario! E non sta nell’approdo il piacere della navigazione.
(Scritta a Tiziano Salari in occasione dell’uscita della raccolta di saggi Sotto il vulcano, Rubbettino ed., Soveria M., 2006)
Lesa sul Lago Maggiore, 6 settembre 2006
Caro Genovese,
ho letto e sto rileggendo il tuo Falce marina, storia tua e storia di una collettività (da Santa Croce sull’Arno a Messina) negli anni della tua infanzia, gli anni della guerra e del dopoguerra. Miserie, tra fame e nomadismo, dolori, gioie infantili, un romanzo d’apprendistato alla vita insieme profondo e leggero, come dev’essere la vita appunto, all’inizio dell’esistenza di un quasi adolescente che tutto osserva (anche le cose indifferenti agli adulti), con istintiva acutezza, coinvolgimento e insieme innocente disincanto. Io stesso ho vissuto quegli anni e ancor oggi, malgrado le tragedie che mi circondavano, li ricordo con il memore piacere della scoperta – fra poveri giochi felici e tragiche violenze. Questa nostra generazione, infine, per i sopravvissuti (purtroppo solo per loro) è stata favorita: perché ha conosciuto una realtà così totale e totalizzante che, io credo, le generazioni successive (in verità lo vediamo giorno per giorno, oggi) non hanno avuto il privilegio di vivere senza infingimenti: allora tutto era sincero nel bene e nel male. Ovviamente non possiamo augurarci certi disastri per quanto siano utili ad una maturazione adolescenziale! Ma poiché i disastri fisici e morali pur sempre brutalmente si manifestano nel mondo, non è il caso infine di rinnegare quei valori di conoscenza e di resistenza che fanno l’uomo. L’uomo completo, anche generoso e pietoso.
Questa pietà per te stesso fanciullo, per la tua tribolata famiglia, per un intero popolo le cui miserie si concentrarono, come in una drammatica sintesi, in quel quartiere di Messina, in quei tratti di fetida ciumara detti Giostra e Navarra, fa della tua storia, storia di molti allora, una sensitiva e anche sensuale dismisura di fronte alla quale la pacifica quotidianità appare come non-vita. Ed è forse questa coscienza di te che, per tutta la tua vicenda personale, ti ha fatto vivere, fino ad oggi, nomade, emigrato, e perché no, almeno come scrittore e poeta, felicemente sradicato. Voglio dire che ne ha guadagnato il tuo naturale interiore cosmopolitismo (quella volontà nativa di andare e conoscere che ha caratterizzato questa tua infanzia e adolescenza), dalla Sicilia, alle successive esperienze nordiche e poi francesi. Esperienze fisiche e intellettuali, e creative. Ora, per queste ulteriori vicende, preannunci altri due romanzi, dalla giovinezza alla maturità: li attendo con grande… impazienza!
Dicevo di una storia, oltre che personale, collettiva: e qui si scopre il non secondario interesse per questa narrazione. C’è, a fianco del piccolo protagonista oggi reincontrato, l’adulto che sa trarre da quelle esperienze giudizi storici e anche politici, e umanistici, pregnanti e propositivi. E fortemente, crudelmente dissacranti. E credo che, quando la storia andrà avanti negli anni con gli altri due volumi, questa disposizione al giudizio di epoche così vitali sarà per il lettore ancor più coinvolgente: voglio dire che ti aspettano e ci aspettano gli anni sessanta e settanta, che hai vissuto, con la tua espereinza politico-sindacale in prima persona. Quindi, questa saga, dovrà, per l’appunto, lasciare il segno di una totalità esemplare.
Particolarmente originale, per altro, è il rapporto dialettico fra il protagonista e il narratore. Entrambi confluiscono in te, ma il raffinato distacco (dialettico e sovente, assai spesso, umoristico, dissacrante e variabilmente liguistico) che si manifesta nella tua elaborata scrittura, all’apparenza chiara, comunque icastica, fa sì che la storia non possa semplicemente rimandarsi a una banale postuma esperienza diaristica. In sostanza un patetico soggettivismo – così frequente oggi, in particolare in poesia, e questa tua narrazione è fortemente poetica - non inquina mai l’oggettività della vicenda e dei suoi contesti epocali e sociali, naturalistici e, in particolare, paesaggistici. Il fatto che – realmente nella vita, ma solo apparentemente in questa scrittura – il narratore e il protagonista si identifichino, nulla toglie, ripeto, all’astanza autonoma della storia. A questo proposito cerco ora di ricordare una analisi di Angelo Marchese che, pressappoco dice così: “…il narratore non si identifica né con lo scrittore effettivo, né con l’autore ideale”. E, io aggiungo, né con il protagonista, quando si tratti di una apparente identificazione diaristica o memorialistica. “… Anche il narratore-autore che appare vistosamente in molti romanzi, per es. I promessi sposi, non è lo scrittore biograficamente individuato, ma ancora un tipo di narratore, un’invenzione – seppur vicina a una sorta di alter ego – dell’autore ideale secondo certe regole del codice esemplare in una poetica individualmente e storicamente determinata”. Così qui, in Falce marina, esprimendo sostanzialmente una poetica (al di là della vicenda in sé), realizzi, malgrado ogni apparenza superficiale, una invenzione il cui valore infine è squisitamente formale.
Con ciò voglio ribadire, perché l’idea mi sembra fondamentale per giudicare un’opera come opera d’arte, l’assoluta autonomia formale di quest’opera tua. E questa autonomia formale trova la sua, seppure originalissima e autentica valenza, in alcune basilari esperienze narrative del nostro tempo letterario.
Il felice, insistito, rapporto linguistico fra dialetto siciliano e lingua (ora separatamente, ora fuso nei neologismi italianizzati) riporta ovviamente al Verga – tuttavia del Verga non riprende quella certa cupezza de I Malavoglia. La miseria, lo squallore sono tante anche qui, intorno alla ciumara di Giostra, ma il fatto che siano vissute dall’innocenza e dalla felicità infantile del protagonista, e per di più, ora, dalla disposizione dissacrante del narratore che non vuole farsi dominare da sentimentali nostalgie, fa sì che un’aura di serenità incosciente e ironica domini sempre il racconto:
… mormoravano che potevamo andarcene ad abitare in via Garibaldi e lasciare la nostra casuzza a gente bisognosa, che non aveva l’impudenza di parrari talianu. Per fortuna, come ho avuto l’onore di dirvi, o voi che ascoltate in mistolingua il suono di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core, l’apprendimento del linguaggio della Magnissima Grecia, da parte mia e dei miei fratellini, era stato abbastanza rapido, e questa tara non ci era più rimproverata… - I vaddassi, signura: iddri, sunnu! Bastadduni! – ripeteva la povera donna, indicando a mia madre i due proprietari dell’oasi… riempì a tre quarti la bagnalora [sic!]… La bagnalora era piuttosto grande e io riuscivo appena a tenere uno dei manici…
… Ma come si fa a riscrivere I Malavoglia in chiave giostrota, visto che non ho le energie e la lucidità mentale di un tempo, che ho perduto la giovanile audacia linguistica e quella carica provocatoria che oggi mi sarebbe necessaria in una impresa tanto ardua, almeno per non confondermi con lo spudorato neo-realismo di ritorno della meglio gioventù letteraria nazionale?
Dove si evidenzia – e innumerevoli di questo genere sono i luoghi lungo tutta la narrazione – l’ossessiva preoccupazione linguistico-formale tipica di una volontà di ricerca e poetica non banalmente cronachistica.
Il contesto storico-geografico con i relativi articolati incontri e scontri di idee, riferiti alla Sicilia in rapporto anche con il Continente, potrebbe richiamare le capacità affrescanti di De Roberto – una sorta di vicerè fra i miseri:
In quale cronaca di messinesazze cose è detto che la città del mitico stretto aveva un quartiere-ciumara dove, malgrado la miseria e l’ignoranza, brillava, tra gli escrementi, la fiamma di un’antica civiltà, inesistente nella Messina bene, ch’era e per certi aspetti temo sia rimasta, un mondo fausu d’ipocrisie e d’intrallazzi, di giudici e avvocati corrotti, d’intriganti assurti ai fasti delle magistrature politiche, di mafiosi e profittatori, di mediocri intellettuali intenti a cercare il buco del culo dell’assoluto in qualche plaquette di poesia o di storielline terremotali?
Ma già, qui e là, si preannuncia, soprattutto nella pacata commozione paesaggistica, una esperienza di scrittura del tutto settentrionale (a testimoniare dei tuoi esigli) che probabilmente ritroveremo più intensa nei prossimi volumi. C’è aria di Pavese, qui e là:
… Raggiunsi la parete collinare, compatta, dove il sentiero riprendeva a svolgersi a zig-zag, per alleggerire il dislivello… Per un centinaio di metri s’impennava in una piccola pineta, dove erbe secche e aghi di pini scricchiolavano sotto i piedi. Ma subito in fondo si vedeva la chiarità del cielo e l’apertura lontana d’altre colline, come separate da una vallata…
Così, per certi aspetti, mi paiono pavesiani gli accenni all’incipiente innocente sensualità, e sessualità, ai primi fanciulleschi amori, alle esperienze confuse provocate dall’accidentale vicinanza di ragazze ormai sbocciate, fra dolcezza e protervia.
Ma infine si tratta di testimonianze della tua capacità di partecipare con naturalezza ad una storia letteraria che certo spudorato neo-realismo di ritorno vorrebbe superare (non si sa perché, ma forse per impotenza) passando dalla nostra, infine gloriosa, koinè alla indigenza di squallidi manierismi statunitensi, pubblicistici, pubblicitari, prammaticamente e utilitaristicamente comunicativi (di quali idee, non si capisce!).
Bene, caro Andrea! Non rimane, a noi lettori, che confidare in altrettante passionali e sensibili venture.
(Scritta a Andrea Genovese in occasione dell’uscita del romanzo Falce marina, Intilla ed., Messina 2006).
Lesa sul Lago Maggiore, 15 settembre 2006
Caro Pacus,
a coloro che non ti conoscono (ma chi non ti conosce?) non è facile dire in poche parole chi tu sia effettivamente: folle extraordinario (oppure ordinario come Charles Bukowski)? Per fortuna, a risparmio di tempo, nel donarmi uno dei tuoi ultimi dattiloscritti (si può ancora dire così, ora che siamo tutti computerizzati?) mi parlasti del tuo attuale impegno creativo – che è l’impegno tuo di sempre – in questi termini: «… non ho percezione se quello che scrivo sia valido o validissimo…Io purtroppo non sono un buon critico e spesso quando dico che mi piace fare autocritica dico sempre una bugia. E poi non riesco a capacitarmi perché vado da un greppo ad un fosso… In poesia faccio poesia sonora, poemi rophalici (poesia scritta in forma di clava che nel testo antico vedeva la crescita in ogni verso di una sillaba e poi scendeva di nuovo fino a zero), e ancora poesia tradizionale, sonetti, canzoni, ballate, tautogrammi, racconti, romanzi tradizionali. Mi sono messo in testa in questi giorni di finire 100 sonetti amorosi: sonetti tradizionali con due quartine e due terzine i cui versi sono variamente rimati… Fra arte, poesia e cazzate varie non so più dove mettere la testa. Ma questo è il mio destino…».
In questa occasione non hai insistito molto di più sulla sua attività di pittore e performer, oltre che di poeta: ma credo che ciò dipenda dal fatto che ti autodefinisci (e forse lo sei!) il più grande artista d’avanguardia del secondo Novecento! Non ti serve quindi ripeterlo: eclettico, astratto, multimaterico, figurativo stravolto e stravolgente, moderno e postmoderno, criptico ed esoterico, fantasmatico, ironico, blasfemo, sognante e tuttavia vigile nelle forme e nei programmi… e chi più ne ha più ne metta… Basti, per capirti ancor meglio (ammesso e non concesso che ti si possa mai capire del tutto), narrare di un tragico episodio che qualche anno fa ti ha colpito come artista e come uomo. Dico di quando quei teppisti hanno dato fuoco al tuo grande studio riducendo in polvere il lavoro pittorico di decenni. Un disastro che avrebbe scoraggiato la volontà di continuare di chiunque: ma tu, sei una forza della natura, non hai mollato per un sol giorno il tuo progetto di vita, che tutto si esprime nella capacità creativa senza limiti di spazio e di tempo. Ora lavori, produci, sempre, “fra arte, poesia e cazzate varie” come nulla fosse accaduto. Anzi, forse, sulla via del riscatto, sei ancora più dinamico, dialettico, ardito, estroverso, cocciuto, amoroso, esaltato, blasfemo, imprevedibile… Folle come sempre, più di sempre… Per chi poco ti conosca straordinariamente e sorprendentemente folle, per chi meglio ti conosca ordinariamente folle.
Ora mi ritrovo qui, la bellezza (non lo dico con ironia) di 443 pagine dal titolo: 3285 giorni di poesia amorosa, scurrile, blasfema.
I versi – non sono in grado di contarli – vanno dagli endecasillabi ai doppi ottonari, ai tripli dodecasillabi, ecc., non senza l’intrusione di lunghi e magmatici brani in prosa, di dialoghi, di citazioni più o meno riconoscibili. Noto che, per la delizia di chi ti legge, a dispetto del tuo sperimentalismo ossessionante, te ne freghi della tradizione novecentesca e, per lo più, distribuisci lungo i testi una ricca e appropriata punteggiatura, sovente esclamativa, ad accentuare la tua strafottente blasfemia e scurrilità. Ma sei anche capace, ed abile nell’esprimerle, di molte amorose dolcezze, e con ciò doni al guerriero (precisamente al lettore che ha battagliato ferocemente con la sua scrittura) un poco di riposo.
Io, che sono un povero scrittorucolo-semi-accademico dalle manie analitico-testuali e sono un poeta (si fa per dire…) sovente, anche se non sempre, quasi minimalista, dovrei fare il mio dovere, secondo le mie coerenze culturali rivolte all’acribìa di una misurata e rigorosa ricerca, e leggermi e commentare (almeno dentro di me) queste 443 pagine di versi, prose, dialoghi, elucubrazioni, narrazioni realistiche e fantastiche… Impossibile! Certo mi sobbarcherò questo piacere almeno per i prossimi dieci anni (se mi sarà dato di vivere ancora tanto), ma ora no, proprio mi è impossibile!
Quale soluzione quindi propongo a me stesso e al lettore al quale, conscio come sono del mio dovere professionale (al di là del mio personale piacere), devo pur fornire non tanto un giudizio (aborro la critica giudiziale), quanto una possibile (fra le mille possibili) chiave di lettura. Per la verità, in questo caso, la chiave serve solamente per aprire una porta, come sempre d’altronde, ma qui si tratta di una porta… sull’abisso…, o se vogliamo essere meno tragici – anche perché il lungo testo sfugge quanto può ad una qualsiasi idea di tragedia – una porta che dia su di un trampolino proteso verso un mare in tempesta. E non si tratta neppure di una tempesta paurosa e oscura, bensì, piuttosto, di una agitazione marina schiumosa, aerea e spruzzante sugli scogli, spettro di colorati arcobaleni, fresca, salmastra, piacevole a vedersi e, per chi sia buon nuotatore, invitante ad un aereo tuffo. Penso a quei temerari che si lanciano da altissime scogliere per arrivare in fondo all’abisso marino giusto giusto nel momento in cui l’onda, dopo essersi ritirata, ritorna a riempire il limitato bacino. Bene! Io mi tuffo, e i lettori pure si tuffino, senza remore, senza pensarci, semplicemente cercando di sprofondarsi nella marea al momento giusto. Sarà arrischiato ma assai piacevole!
Piacevole poiché imprevedibilmente sotto il pelo dell’acqua e poi nel fondo ceruleo della schiumosa gora scopriamo delicate colorazioni di flore e faune sconosciute, quali, per esempio, i sonetti del capitolo Chiasmo (1991):
Fuggito solo per torbido incanto / nel corrusco della diletta sera / che racchiude l’equorea movenza / grevi baci, grevi carezze getto // sulle coltri che soffrono l’arsura / e mieto tragici emotivi subbugli. / Nel sonno appar Morfeo che ride beato / della tristezza e scrupoloso luma // le scene, teatro melodrammatico / con piacente gusto e divertimento. / Sicché sul dormire che m’è funesto // perché tu sempre in sogno sei presente / non trovo pace e tetragono ordisco / tresche e sotterfugi per le mie brame.
La sapienza compositiva, decisamente pregevole e dalla spontanea versificazione, va dalla parodia dell’Angioleri via via fino all’esplosione barocca: il cultismo si dichiara pretenzioso con lemmi del tipo equorea, scrupoloso luma, tetragono ordisco…E’ indubbiamente sottesa una sottile ironia che, pur nella rappresentazione melodrammatica, può anche far pensare – se non si trattasse di te! – a una certa sincerità di passionali affetti!
E si danno persino, più avanti (pur nella dichiarazione, da parte tua, dell’interruzione dell’impresa per “motivi di cessazione d’interesse verso la poetica filosofica del niente e del nulla”) un ampio sottofondo (siamo in apnea, ricordiamolo) di idilli disperanti (fino a quanto?) del genere (Dal meno al niente, 1993):
Meglio di nulla niente / ché senza inganno passo la giornata, ma flebile. / Lo studio è silenzioso anche se la radio canta. / Distruggo la vita da lontana passione. / Ho la matita che pesa sulla mano e le penne di tacchino / sul capo e mi sa che sono quasi arrivato al dunque.
Potremmo anche crederci! Beffa, autoironia o sincero abbandono? Comunque siamo sempre, pur anche nella elegante finzione, ben al di sopra, stilisticamente – se non tematicamente – di tanta indigente poesia che l’odierna illusione e disillusione giovanil-editoriale ci fanno pescare fra premi ufficiali e solenni e compiacenti recensioni di volumelli pubblicati a pagamento.
In Miele di bacca rossa (1996) si manifestano, allora sicuramente sincere e malgrado l’ironia effettivamente sofferte (nel senso puramente carnale del termine), le voglie represse e presto soddisfatte:
Capita sempre che quando il profumo di donna / m’invade la testa e m’indura la cannella / dopo le vampe cromate e rime sparse / vada al dunque come un buon e sano uomo: le mani / sul sesso metto, slargo il body, smaglio le velate calze / palpo i glutei rosati e poi vado a sfragnar i seni…
In Faccia di lancia (1997) si sperpera l’eco della grande poesia latina, a confermare la tua notevole erudizione e la tua passione classicistica:
Ricordi Bisante il greco marinaio Faccia di Lancia / l’occhio maliardo dell’uomo delle isole / di Milo arcaica. E’ tuo il coraggio di commerciante di libri / forse mignotta sei ché ha studiato ad Alessandria d’Egitto / e calchi le strette vie della seta con i tuoi sandali di cocco / che lasciano buche sulla sabbia / nelle lunghe carovane in fila nel Nefud…
Un connubio anche fascinoso fra romanità, alessandrinismo callimacheo e araba, beduina cantabilità, favorita dall’argomento:
O sulle lune greche che a Milo / calano dietro il porto / o in mezzo alle lunghe carovane / che vanno verso il deserto!
Fino al canto alla Ragazzina dagli occhi di giada (1997): Stella di giada / di fata fiaba / Stella bada / che tua amica rugiada, cada…, in cui la maniera allitterante ancora una volta dimostra la spontanea sapienza che si nasconde sotto l’apparente verbosa ossessionante follia linguistica. Sei un naturale geniaccio della funambolia melodico-logorroica che tanto può stancare, alla lunga, quanto di contro può divertire – anche nell’ammirazione di una sapienza scrittoria indubbiamente assai rara ai nostri giorni. E si noti che la fluenza dell’eloquio quasi sempre prescinde dall’artificiosa invenzione neologistica. In ciò, è infine, si può osare di ripeterlo, sei un classico che giunge da prima delle avanguardie storiche e neoavanguardie, e va oltre. Comunque peschi abilmente ovunque, non c’è mare che tu non percorra, come quando (qui forse più fedele alla tua vocazione pittorica e performativa) richiama i toni della beat generation:
Potresti avere una poesia delle lunghe strade che l’aria muovono / che vanno verso il West. Potresti avere una ballata nella gola…(Lo sceriffo di Cesenatico, 1997).
Ma gli idilli si sbracano – pur sempre con sapienza e misura formale eloquente e non gratuita – in Nessuno è solo (1998), che ricavi dall’impressione riportata leggendo la famosa poetessa americana Anne Sexton, suicida, autrice dei Love Poems. In realtà, presumo, la Sexton non ti ha effettivamente suggestionato, bensì ti ha dato la carica nell’osare e nello scrivere frasi d’amore non convenzionali:
Quando hai tutte le Madonne di Maometto / insieme a quelle di Allah che vanno di traverso per le strade di sabbia / per non raccontare delle mie cristiane / hai solo da menare la solitudine in fondo / ad un culo. Poi stai meglio…
Fino a cadere in un desiderio di misticismo erotico, di gnosticismo, che lungi dal soffocare i sensi ne esalti la felicità vitale. Ricordo l’esperienza pseudognostica appunto del simbolista-futurista Antonio Bruno, catanese morto suicida lo stesso giorno del suo amico Raimon Russell: Bruno aveva delirato fino all’annientamento di un suo mistico sposalizio con la Madonna:
Certo non dovrò più scrivere di lussuria / di bella carne chiara larga sulle coltri / la mia amata vagina [e qui, tuttavia, per inciso, non hai il coraggio linguistico di Miller! Questa vagina è troppo pudica!] / non più certo queste cose nella castità della Fede…
E se mi dessi la licenza / di scrivere ancora d’amore, della donna del trivio / anche quelle che si prostituiscono lungo le camionali / … / Dovresti illuminare signore, s’è possibile / il Papa a far sì che niente è peccato in tuo nome…
… Ma tu dove sei bella puttana dai capelli biondi?
Ma come resistere in apnea così a lungo? E come non soffocare sott’acqua – dopo quel tuffo temerario – scoprendo inopinatamente, fra le alghe e le faune inaspettate, la, infine, la tua romantica passione? Inutilmente nascosta nella scurrilità. Usciamo con il viso a pelo d’onda quasi commossi… Allora è proprio vero che “il poeta è un fingitore”? E andando avanti, avendo la forza e il coraggio d’andare avanti in questa affannosa lettura, si scopre persino una buona dose qui e là di moralismo epifanico (quanto autentico e quanto blasfemo?), pur sempre racchiuso in un canto d’amore:
Sciocchi che siete. Non la poesia ma l’altra. / La chiamata / che innalza lo spirito del battesimo fatto da infante. / E questo giorno è venuto come non vento… (L’Angelo della marina, 1998).
E c’è anche, per la soddisfazione di tutte le voglie, il canto civile: Italia ti meriti la nostra gente tutta. / Le guerre non dovrebbero esserci mai / ma come si fa a non farle quando sono giuste? (Buam-Buam, 1992-93).
Finché si risveglia – ma non era certo profondamente addormentata – l’energia di una sessualità selvaggia, perciò vitale:
Non rifiutare signora / di porgermi la bocca / bella, odorosa gnocca…
… Collo / eburneo e latte di capra. / Gambe / lunghe sui tetti /… / culo / di chiappe piene di carne…
… Pulsavi sensibile, inoperosa sotto di me… / … / Bevevo la tua grazia e la tua opulenza stretta / in fretta, bevevo di te ed avevo sentore di bestia…
… Ti ho amato perché parevi una puttana… / … / Eri vestita da puttana / ma avevi l’anima della Sforzinda…
…Bellezza hai nella tua fica d’ombra / valvola rossa d’ogni pelo sgombra [e qui non hanno di che lamentarsi né Miller, né Céline!].
Questi versi vengono da Gli occhi di punta (1993) e da Carneo d’amore (1995) e sono le poesie del ricordo di una stagione adolescenziale, i primi pudori, i primi amori. C’è, qui, un ulteriore piacevole richiamo (nella originalità della costruzione e della personale esperienza) di un altro momento importante della nostra letteratura: l’andante di Cesare Pavese. Ciò ancora una volta a testimonianza della molteplicità inesauribile, dotta e insieme spontanea della tua avventura poetica.
Basta! Usciamo dal mare e dalle sue ondate tanto agitate quanto carezzevoli. Infine, forse, dobbiamo forse ricrederci sulla tua follia… D’altro canto non voglio assolutamente riconsiderarti come un poeta… normale! Non sei un artista né un uomo normale, e questa è la tua leggerezza.
(Scritta a Stanislao Pacus, in occasione dell’uscita di 3285 giorni di poesia amorosa, scurrile, blasfema; Edizioni Essegi, Villanova di Ravenna, 2006).
Lesa sul Lago Maggiore, 16 ottobre 2006
Cara Fausta,
sto leggendo questo tuo romanzo, Crampi. Dico “sto leggendo” in quanto si tratta di un labirinto che va percorso, ripercorso al di là della storia, oltre le ripetitive cadenze temporali, nello spazio della mente, della coscienza, della sensitività corporale. È una narrazione astante. Una narrazione non tanto di fatti quanto di epifanie e di fantasmi scritturali. Sì, i fatti non mancano, e portano anche la valenza rivelatrice di antefatti, di parole dette e non dette, di microstorie accennate e non completate, sospese come rimane sospesa l’infinitezza della storia globale. Che è, dentro e oltre questo medesimo di-segno narrante, la vita tout court. Le sue contraddizioni. I suoi piaceri ossessionati da inconclusioni, mancanze, disperanze – non sorprendenti, né per i protagonisti, né per il lettore acuto, i quali sanno che al di là dell’attimo non c’è nulla da aspettarsi, né di più, né di meno. Un racconto d’attimi, di sensazioni, di cadenze psichiche che sostengono i ritmi pressanti della scrittura, e ne sono sostenuti. Quindi, come tutte le opere letterarie, anzi poetiche, che si rispettino è una storia di scritture. Di scritture che ci attraversano: talvolta sognanti, altra volta passionali, assai spesso invasive e demolitive.
Permettimi un inciso. È bello e fascinoso ritrovare finalmente – m’è capitato solo due o tre volte negli ultimi, diciamo, dieci anni… forse anche venti… -, al di là dei classici del primo Novecento, il riscatto di una vicenda umana tanto consueta (quali sono tutte le stucchevoli vicende umane… amore e morte, passione e disillusione, ecc.) entro una inconsueta scrittura. Che sappia realisticamente (nel senso del reale, della verità, non di una illusoria corrente letteraria) dar conto, meglio vivere, per il lettore con il lettore la contraddizione sovente disperante della quotidianità, assolutamente senza conclusioni anche poveramente palingenetiche. È strano il fatto che tutti chiedano una poesia o racconto di verità e ancora, dopo un secolo o quasi, non si allenino a cogliere la dinamica, appunto contraddittoria, di non-narrazioni come sono quelle – è persin banale rinominarli – di Proust, di Joyce, di Musil, Gramigna… Questi signori, dai più trascurati nell’intima sostanza della loro ricerca, ci hanno fornito con buon anticipo la chiave di lettura della nostra effettiva, effettuale, catastrofica esistenza moderna. I lettori (ma son proprio tutti lettori?) lamentano, eppure ne sono agiti ogni giorno, ogni momento, l’inconsistenza programmatica del vivere: ma quando qualcuno li mette di fronte alla realtà, attraverso scritture penetranti, dialettiche, nervose, asintatiche, avventurose, rivelatrici, crudeli, anche ciniche – non semplicemente consolatorie nella misura di una sintassi obsoleta e insignificante (non in-significante nel senso di Giuliano Gramigna, che voleva dire significante dentro) - si allontanano, nascondono la testa nella banalità dei mass-media, sfuggono insomma alla responsabilità di conoscere, capire, penetrare e farsi penetrare. Così si fanno irretire dalle storie non-scritte che invadono le librerie supermercato, che svendono a milioni di copie letture da metropolitana – mentre si riposano dalla vana fatica di quel modo di leggere addormentando la coscienza davanti allo schermo televisivo, il quale non s’accontenta più di una scrittura filmica banale, ma pretende di dare illusioni di verità in diretta.
In Crampi si rivivono, nella vicenda quotidiana, amori di mezza età, sessualità apparentemente ardite e passionali ma non sempre rinfrancanti, condizioni crudelmente illusorie, amorali, malate nella carne, fino al terrore (tuttavia elaborato) della morte. Malate nella psiche (che poi è la stessa cosa della carne). Oscure sensazioni che tormentano, come accade per i protagonisti (non a caso borghesi agiati, colti e frustrati, la stessa protagonista, un Professore medico, una Antropologa, e simili), ciascuno di noi entro la costante disillusione di una felicità sempre rincorsa, ma, ora con l’età, ormai insperata. Certo: non narri una storia felice, né edificante. E una nuvola nera incombe sui silenzi come sui colloqui (il racconto è fortemente colloquiale e dialettico – tuttavia le persone, meglio fantasmi, rimangono separate). Ma edificante per chi cerchi la verità sempre occultata è la scrittura disarmonica che sovente ha il fulgore della conoscenza. Conoscenza testimoniale dei sensi e delle loro conturbanti sensazioni. Delle loro momentanee felicità e dei loro rimorsi, in una malinconica ironia:
Sdraiata sul divano ora svuotato dalla lancinante presenza maschile, il sesso ancora le pulsa, mentre nessuna percezione dolorosa inquina l’inusitata felicità. A piedi raggiunge il famoso negozio di musica, la strada non è breve, ha tempo di perseguire l’eccitazione di essere viva, desiderata, capace di innesto e scambio. Si regala il cofanetto di tutto Malher diretto da Bernstein, torna a casa il più in fretta possibile per ascoltare i “Canti della terra”, preferendo affidare a quel lamento la genesi della propria esaltazione, percezione fisica di vuoto trasferito nelle punte estreme della bellezza lasciata a consumarsi, accoppiata malamente ai limiti da lei vissuti come errori, convinta di non saper ripagare il danno a chi di dovere, e ancor meno a se stessa.
Inusitata felicità, eccitazione (di poveri amanti la cui passione erotica è l’estremo atto vitale di due vite arrese – come dici tu stessa in un intervento introduttivo), vita per poco ritrovata, desiderio, lamento come genesi di una esaltazione, vuoto, bellezza lasciata a consumarsi, inquietudine, disincanto… Errori… Debiti: verso chi?
Questo passo, come tanti altri, potrebbe offrire il senso insensato dell’intera storia senza storia. Una storia di consunzioni. La storia della vita come nulla, in un tempo destinato non a un fine, ma alla fine. Ma la conoscenza, la coscienza delle cose, è esaltata sempre da una ricerca cocciuta fra le misure che solo apparentemente sono insignificanti:
Ma la sensualità massima sta nell’orlino della tunica, sotto al braccio alzato e lì crudelmente troncato, proprio dove la stoffa si arrotola su se stessa, caldeggiando un contatto tra il riguardante e l’ascella perfettamente liscia dell’eroe dal viso candido, sia pure imbronciatosi a causa della frattura del bel naso…
Un labirinto da ripercorrere, con un po’ di ironico cinismo, tuttavia con qualche speranza declinata solamente dalla inutilità della scrittura poetica.
(Scritta a Fausta Squatriti in occasione dell’uscita del suo romanzo Crampi; Edizioni Abramo, Catanzaro 2006).
Lesa sul Lago Maggiore, 5 ottobre 2006
Egregio Prof. Croff,
da diversi anni la nostra redazione, mi incarica di gestire la rubrica Letterale, tramite la quale instauro con lettere aperte rapporti di corrispondenza (oltre che con autori e critici letterari) con i curatori delle diverse edizioni della Biennale, sia d’arte, sia di architettura. Nel 2005 scrissi, per la 51° edizione della Biennale d’Arte alle curatrici De Corral e Martinez e la lettera fu pubblicata alle pagine 93-96 del n.37-38 del nostro periodico. In passato alcuni destinatari risposero: ricordo in particolare il simpatico, felicemente polemico, riscontro (pure pubblicato) di Herald Szeemann in occasione della 49° Esposizione.
De Corral e Martinez non ribatterono e fu (forse) una occasione mancata per i nostri lettori, in quanto assai interessante e utile avrebbe potuto dimostrarsi la loro risposta a una nostra constatazione e, conseguentemente, a una nostra interpretazione di carattere generale. Al di là delle particolari note su singoli artisti e padiglioni concludevamo: «… il messaggio, a nostro avviso, assolutamente non trascurabile, essenziale di questa 51° Biennale, la sua specifica marca è decisamente il vuoto, il nulla, che prende ovunque il sopravvento e che capovolge l’idea [programmatica delle curatrici] di una vittoria del tempo (e della storia, e della attualità) sulla staticità dello spazio. Non tanto il vuoto di idee […], bensì, appunto, il vuoto nullificante degli spazi figurativi, ambientali, architettonici. Il vuoto invisibile entro la visibilità estraniata degli spazi espositivi e di talune opere. Si esce dai Giardini e dall’Arsenale decisamente svuotati: una grandiosa situazione zen?». E citavo i numerosi manufatti, installazioni e luoghi del tutto o quasi vuoti, dal padiglione tedesco a quello rumeno, da quello svedese e norvegese, alle diverse opere e stanze del Padiglione Italia, dell’Arsenale, ecc. Tuttavia avanzavo un’ipotesi: «Credo che questo vuoto debordante […] sia decisamente il segno di una origine. L’origine non tanto di un tempo nuovo o migliore […] – nessuna illusoria palingenesi – quanto […] di una presa di coscienza dello svuotamento della storia e della prassi nell’annullamnto delle loro opposte e contrapposte contraddizioni […]. Eppure, di contro, l’inconscio riconoscimento del […] nulla prolifico, spaziale e biologico e cosmologico, del segno poetico, della scrittura cancellata […], del suono indistinto e infine muto […]: la purezza della poesia silente di fronte alla pretese vanamente elucubranti e banalmente comunicative di qualsiasi prassi utilitaristica – produttiva, commerciale, politica, comunque mistificante».
Ora, quest’anno, mi permetto di scrivere a Lei – e non ai curatori, per altro di grande qualità creativa e professionale – in quanto è Lei, quale Presidente… responsabile generale di entrambe le esposizioni.
Nel confronto fra la 51° Biennale d’Arte e la 10° Biennale d’Architettura si evidenzia una straordinaria, assai stimolante, aporia nell’ambito di quella considerazione universale che credevo di aver recepito secondo logica, in relazione al vuoto come possibile disposizione a una nuova origine delle cose.
Oggi, all’uscita dai Giardini e dall’Arsenale ci si sente travolti da una problematica incertezza: dall’ossessione del vuoto passiamo all’ossessione del pieno, questa volta come debordante accumulo.
E’ forse successo qualcosa di straordinario nell’ultimo anno? Non credo. Credo che, queste esperienze spieghino (se non giustificano) il distacco, per molti aspetti drammatico e foriero di non so quali future catastrofi, fra la poesia, l’arte, la musica e la “Città”. Vale a dire, come dimostra questa efficacissima totalizzante (o totalitaria?) testimonianza, fra il pensiero, anche nella sua fisicità, e la prassi quale disordinato accumulo, troppo spesso distruttivo della vita. E della vita urbana nella megalopoli in particolare. Distruttivo della vita e insieme vita, nella massima tensione materialistica e collettiva! Vita non priva di entusiasmanti, seppure ossessionanti, prospettive. Nel bene e nel male qui ci si immerge in un inarrestato movimento, in una metamorfosi tangibile, in una moderna e irrefrenabile barbarie. Forse l’arte, la poesia, segnavano un’origine purissima perché muta, silente, appunto. Mentre la metropoli senza confini testimonia, infine, di un processo altrettanto nullificante in cui la precipitante accumulazione ci travolge, sull’abîme della fine della Storia.
Forse la 10° Mostra dell’Architettura, pur giungendo dopo, è l’antefatto vivo dell’annullamento (non)vissuto della 51° Esposizione d’Arte? L’universo implode, la poesia è lì in attesa di quella cancellazione azzerante quanto energetica – buco nero – per rilevare la pienezza paradossale di una disperante solitudine?
Tuttavia, lo confesso, oggi si esce caricati! E non svuotati come avvenne l’anno passato!
Cosa dobbiamo pensare? Che dal diluvio progressista verrà il metamorfico silenzio del pensiero, come carne della carne di ciascuno di noi? Che dalla carneficina delle megalopoli rinascerà la carne dell’individuo? Ma dovremo pagare con una fantasmatica solitudine il riscatto di questi massacri collettivi?
Eppure, fuggire da questa attitudine, in fondo inconscia, ad un inarrestato e invasivo progresso (?), fuggire dai suoi suoni, dai suoi rumori e fracassi, dai suoi colori, odori, significherebbe appunto risanarsi nella solitudine… Tristezza, di contro ad un’assillo, tuttavia vitale? Perché la poesia infine è solitudine: “Colui che è solo”, dio e poeta, secondo una delle “poesie statiche” di Gottfried Benn.
Raramente, almeno nell’ultimo decennio di riconosciuta decadenza (che ottimisticamente chiamiamo, secondo un vecchio vezzo, transizione) da due esposizioni come queste ultime, d’arte e di architettura, ci è stata offerta una così coinvolgente e sconvolgente occasione di contraddittorie considerazioni.
E c’è anche spazio per l’utopia. In tanta con-fusione globalizzante, nella vicenda di quest’anno, una, forse illusoria, pacificazione viene proposta dai luoghi (quasi inattesi) della “Città di pietra” (costruire con la pietra, ieri e oggi); dall’”Invito a Vema” (la città armonica fra Verona e Mantova – ma non si tratta solo, e non sarebbe poco, di una fantasmatica poesia?); dall’”Echo City” britannico, al “Super-rurale” irlandese; dalla disordinata e perciò stimolante comunità del padiglione francese… E non manca un altro segno-sogno: quello di Renzo Piano per l’”Area Falck” di Milano…
(Scritta a Davide Croff, Presidente de La Biennale di Venezia, in occasione della X Biennale di Architettura, 2006)